LA TRADUZIONE DELLA STELE DI ROSETTA


La Stele di Rosetta è una spessa lastra in pietra di granito scuro, di piccole dimensioni (circa 114 x 72 cm) che riporta un' iscrizione con tre differenti grafie: l’antico geroglifico, l’egiziano demotico (una grafia corsiva più tarda) ed il greco antico.


L'iscrizione era una dedica scritta nel 196 a.C. da un gruppo di sacerdoti riunitisi a Menfi nel primo anniversario dell’incoronazione del faraone Tolomeo V Epifane. Si trattava, pertanto, di un tentativo di legittimare il giovanissimo re, appena tredicenne, la cui dinastia, di origine greca, governava l’Egitto dopo la frammentazione dell’Impero di Alessandro il Grande.


L'iscrizione ivi presente elenca tutte le cose giuste che il faraone fece per i sacerdoti e per la gente comune, e la conseguente decisione di collocare in tutti i templi del paese una sua statua raffigurante la divinità cui era dedicato il tempio, e di indire festeggiamenti in suo onore. Stabilisce inoltre che il decreto fosse pubblicato nella scrittura delle parole degli déi (geroglifici), nella scrittura del popolo (demotico) ed anche in greco.


La stele venne chiamata “di Rosetta” (in egiziano Rashid), dal nome della città presso cui fu ritrovata casualmente, nel 1799, durante la campagna napoleonica in Egitto dai soldati francesi che scavavano le fondazioni di una fortificazione presso il delta del Nilo.


Approfondiamo quindi il discorso vedendo più nel dettaglio di cosa si tratta.



Cenni storici sulla stele di Rosetta


Napoleone Bonaparte, che era alla guida dell’esercito francese, arrivò in Egitto nell’ anno 1798 allo scopo di indebolire l’Inghilterra, sua nemica ed alleata dell’Egitto.
Oltre che da militari, il seguito di Napoleone era composto anche da letterati, storici e scienziati, i quali avevano il compito di analizzare e approfondire lo studio della vetusta civiltà egizia.

Durante una campagna di scavi effettuata nell'anno successivo, fu rinvenuta una interessantissima lastra in basalto nero, del peso di circa 750 kg, che riportava alcune strane incisioni, fino ad allora completamente sconosciute.


L'ufficiale francese Pierre François Bouchard, fu quindi messo dall'Imperatore, a direzione degli scavi, e lo scopo del lavoro fu quello di tentare di realizzare una fortezza nei pressi proprio della città di Rosetta.


Data la difficoltà d'interpretazione della tavoletta, Napoleone decise di affidare tale studio a studiosi francesi da lui convocati prettamente per tale scopo. Tra coloro, brillò un illustre personaggio, cugino quindicenne di Napoleone Bonaparte.



La stele di Rosetta, scoperta e traduzione:


La stele, una lastra in basalto nero, fu quindi tradotta ed analizzata principalmente dal professor Jean-François Champollion, detto comunemente il Giovane. Champollion fu uno dei primi egittologi della storia e fu anche il primo ad avere l'onore, nel 1831, di insegnare per la prima volta questa materia negli atenei universitari.

L'importanza storica di questa stele sta, come abbiamo accennato, nelle iscrizioni che essa riporta: infatti, sulla lastra è inciso il decreto sacerdotale dei Menfi, dedicato all'anniversario di Tolomeo V Epifane (196 a.c.). Il decreto religioso fu inciso in ben tre scritture: egiziano geroglifico, egiziano demotico e greco.

Nonostante, su richiesta di Napoleone, furono chiamati i migliori storici e studiosi di Francia, solo il giovanissimo cugino di costui, Jean-François Champollion, appunto, riuscì a tradurre e decifrare i geroglifici con valore sia fonetico che ideografico, i quali erano comunemente utilizzati nella scrittura egizia, ma le cui interpretazioni si erano perse nella polvere della storia.


Il giovane egittologo, quindi, fu costretto ad interpretare gli ideogrammi basandosi esclusivamente sull'idea e le sensazioni che gli si presentavano guardando quei segni, e non dall'oggetto che ne era raffigurato. Ad esempio, infatti, il leone stava ad indicare la forza, il sole il giorno e così via, fino ad arrivare ad un totale di circa 3.000 ideogrammi.


Nell'interpretazione della stele da parte di Champollion, fu altresì determinante una scoperta successiva, avvenuta nel 1815, quando vennero ritrovati, nell’isola di Philae due piccoli obelischi: uno che riportava un doppio testo, sia geroglifico che greco, ed un secondo con il nome di un altro faraone, Tolomeo (Evergete II), assieme alla consorte Cleopatra III.


Lo scienziato, dunque, leggendo il testo greco, aveva notato che per ben otto volte ricorreva un anello ovale chiamato cartiglio, contenente numerosi geroglifici insieme due segni che non venivano letti: uno, determinativo, che indica la categoria maschile o femminile cui il nome appartiene e un altro indicante la desinenza dello stesso. Champollion quindi decise di mettere in ordine le lettere componenti il nome di Tolomeo, e, osservando la posizione degli ideogrammi presenti sotto i corrispondenti segni del cartiglio, fu in grado di comprendere ogni segno. Lo stesso fece per Cleopatra, l’altro nome raffigurato.


Egli dunque, scoprì che, per ciascun geroglifico, non corrispondeva necessariamente una parola. Pertanto dedusse da questa considerazione che tali segni non facevano parte né di pittogrammi né, tanto meno, della categoria degli ideogrammi, in quanto non rappresentavano esclusivamente oggetti o concetti, ma potevano avere sia valore simbolico sia fonetico. In seguito Champollion trascrisse un alfabeto criptico, che pubblicò nel suo libro “Le Lettre à M. Dacier” potendo così gettare le basi della nascita dell’egittologia moderna.


E', pertanto, proprio grazie alla stele di Rosetta, ed al suo traduttore, che oggi l'uomo è in grado di interpretare i gereoglifici, e quindi di avere una conoscenza più ampia della storia egizia più antica.



Champollion, il giovane scopritore del gereoglifico


Come molti giovani nobili dell’epoca, anche Champollion non ebbe modo di studiare a scuola, ma venne seguito da un precettore che lo avvicinò a molte materie linguistiche. Uno dei suoi sogni fu proprio quello di decifrare la lingua egiziana e dare un ordine alla storia egizia.

Il suo lavoro però, come del resto quello dello scienziato inglese Thomas Young e dello svedese Akerblad, andava molto a rilento. Uno dei grossi problemi che si trovò ad affrontare durante lo studio della stele di Rosetta, fu quello politico, dati sia i rapporti di parentela con l'imperatore, sia la giovane età.


Sostenitore di Bonaparte quando quest’ultimo venne spedito sull’isola d’Elba, Champollion cadde presto in disgrazia.


Tuttavia, trasferitosi a Parigi, non volle demordere, e, con grande interesse, continuò a seguire gli sviluppi dei suoi due concorrenti, il più temuto dei quali fu proprio l’inglese Young. Dopo vent’anni dalla meraviglosa scoperta, comunque, nessuno dei tre, tra cui anche lo svedese Akerblad, fu in grado di risolvere l’enigma della Stele di Rosetta. Il punto critico che accomunò tutti fu proprio il capire se la scrittura egizia fosse fonetica o ideografica. Ossia se esprimesse un suono o un’idea.


Nel 14 Settembre del 1822, però, Champollion ebbe un'intuizione geniale: e se i geroglifici fossero un insieme di segni fonetici ed ideografici? Corse quindi dal fratello con un fascio di carte gridando “Je tiens l’affaire” (ho trovato la soluzione).


Champollion infatti, aveva intuito che il cartiglio (parte di testo circondata ed evidenziata da una linea) ricorrente nel testo geroglifico, conteneva il nome del faraone, ed era riportato allo stesso modo nel testo greco sottostante. Dopo molti anni di faticoso e duro lavoro, mediante accurati confronti con altri testi, lo studioso fu in grado, finalmente, di decifrare i geroglifici basandosi su un’altra lingua utilizzata nel tardo egizio: il copto.


Nel 1824, poi Champollion scrisse un libro in cui riportava le sue scoperte. Nel 1825 visitò anche l’Italia, per copiare i testi dei geroglifici antichi che erano conservati a Torino. Subito si accorse però che il materiale a sua disposizione non era sufficiente per migliorare le prprie conoscenze.


Insieme a Ippolito Rosellini, erudito toscano appassionato delle scoperte di Champollion, partì nuovamente per l’Egitto, ed i due viaggiarono prendendo appunti e disegnando le pitture murali dell’Antico Egitto. Al suo rientro vennero infine riconosciute le sue capacità. Eletto membro dell’Academie Francaise fu creata apposta per lui una cattedra di egittologia al College de France.

Di li a poco il troppo lavoro minò irreparabilmente il suo fisico; infatti morì giovanissimo a Parigi a soli 42 anni.